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Up There: the Clouds - Self titled / Reviews
IT - Recensione su Noize
| Se non stupisce più la cura con la quale la Frohike Records crea (e il verbo creare è quanto meno calzante visto che il tutto è stato fatto a mano in puro spirito diy) il packaging delle proprie uscite, sono rimasto letteralmente esterefatto dall'alta qualità della proposta dei giovanissimi riminesi Up There: The Clouds! Questi giovani provenienti da Rimini riprendono le soluzioni di acts ormai di primo piano come Explosion in The Sky e Pelican ma la cosa interessante è che mi hanno ricordato sin da subito il mood e le atmosfere che sanno creare solo gli inglesi 65daysofstatic: la grossa differenza è che rispetto alla band di Sheffield gli UPTC non contemplano assolutamente l'uso dell'elettronica... particolare non da poco! L'incipit con "The Last Glimpse Of Hope In My Eyes" è da subito entusiasmante per l'approccio chitarristico subito in your face che da una bella scossa all'ep. "Your Words Are Meaningless", ricco di "saliscendi" e di variazione d'umore, mostra una vasta gamma di colori e l'ultima traccia, dove fa capolino una voce screamo che non ti aspetti, è un piccolo gioiellino per abilità nel tenere alta la tensione all'interno dei suoi sette minuti di durata. Tra l'altro, voluto o meno, da premiare la scelta di registrare la parte vocale con volumi "allineati" con gli altri strumenti così da non svettare sulle parte strumentali. Ep da avere (è tra l'altro disponibile da pochissimi giorni per il download gratuito sul sito ufficiale Frohike), guardare ed ascoltare fino allo sfinimento. Una delle giovani realtà italiane più interessanti attualmente in circolazione. |
IT - Recensione su Nerconiglio
| PREMESSA: Analizzare un disco diventa assai difficile quando questo ti colpisce in maniera positiva sin dal primo ascolto. Forse sei troppo buono, troppo superficiale. Spesso, poi, le recensioni troppo entusiastiche non convincono, proprio per la loro natura e anche se scritte in buona fede, non con un semplice scopo pubblicitario. Sta a chi legge confutare, come sempre, con un ascolto critico le mie parole. Gli insulti a volte possono aiutare. Per il resto PUPPA (cit.). Questo non è un EP. E’ un documento programmatico. Questo non è un Full-Length. Ci si avvicina, grazie alla quantità di idee e soluzioni, che vengono proposte. Ci troviamo davanti ad uno studio notevole sui pezzi, orchestrati senza troppi fronzoli e di grande impatto, a linee compositive complesse, ma allo stesso tempo dirette e di gran forza; gestite con una padronanza stilistica degna di un veterano. Tutto il complesso sonoro è un gioco di intersezione tra piani, generati con il sapiente uso di effetti, riveberi che non solo danno profondità ai pezzi, ma agiscono proprio come uno strumento a sé stante avvalorando la trama fitta di note. I bassi riempiono il substrato infondendo energia e groove senza andare ad infastidire LE linee melodiche delle chitarre. La batteria è un metronomo nervoso e nel mix ha una centralità dogmatica e di riempimento allo stesso tempo. I pezzi sono “solo” quattro, ma l’ascolto è molto impegnativo sia riguardo alla durata, sia riguardo all’attenzione necessaria per poter apprezzare ogni singolo colpo di cassa, ogni minima vibrazione delle corde, ogni strumento nascosto, lontano ma percettibile, che va a completare il caleidoscopio sonoro. I brani si rincorrono l’un l’altro, senza un attimo di tregua, perché nonostante l’andatura non sia priva di momenti più calmi, la tensione è sempre al culmine, pronta a scoppiare, a lacerare la sensazione di pace. I temi sono ripetitivi quanto basta per essere sviluppati in tutte le loro possibilità senza appesantire l’ascolto, che comunque scorre liscio ed interessato. Il post rock (e simili) si distingue da ogni altro genere per il fatto che, come dissi di altri dischi, l’ascolto è ambivalente, ci si può lasciare andare al vortice di piacere musicale, come è altrettanto piacevole stare concentrati per poter apprezzare ogni minima componente. Questo, difatti, è un disco per chi AMA la musica, per chi ama l’arte, ama sentirsi parte di qualcosa, trascinato dalla follia, dalla rabbia, dalla profondità, dal muro di suoni, che solo pochi riescono a creare in maniera così genuina, senza aver, a mio avviso, NULLA da invidiare ad alcuni mostri sacri. In definitiva il lavoro è molto interessante considerando che questi ragazzi, perché di ragazzi si tratta, hanno davanti un margine di miglioramento impressionante. |
EN - Review on The Silent Ballet
| With a band name like Up There: The Clouds, it shouldn't be a mystery what type of music this Italian quintet makes. Any band name along of lines of "POIGNANT IMAGERY," "OBVIOUS SYMBOLISM," "EPIC TITLE," "THOUGHT-PROVOKING METAPHOR," "CINEMATIC ALLUSION," or "UTTER NONSENSE" is either rocking some serious emo gear or is in a hipster-certified post-rock band. I like to emphasize the "all caps" approach here because the band names are so bloody ridiculous at times that I feel like screaming them should be required. So much for subtlety. A fun drinking game to play on Friday night with one's post-rock appreciating friends (what, you don't have any?) is to queue up that terrabyte of post-rock collecting dust on the external hard drive into iTunes, randomize the playlist, and whenever a band with one of the aforementioned titles comes up, each contestant slams down a shot of a drink of his choice. Having a EMT on standby might not be a bad plan. I'm ragging on UTTC's name because the band's debut EP is actually a really ace listen. Italian and post-rock go together like a fine bottle of scotch and Richard White's belly, so it's not totally surprising that another new Italian band has come out of the woodwork with a notable release. Embracing techniques from post-rock, metal, prog rock, and post-hardcore, UTTC exhibits a dynamic lost on most new bands, and its debut solidifies the band as a forward thinking musical force. Too many bands these days wallow in emotive and contemplative compositions, frequently forgetting that music is fun when there's a forward propulsion to it (heck, I'd even settle for backward propulsion at this point). UTTC's first objective is to get the music moving, and opener "The Last Glimpse of Hope in My Eyes" (so sentimental!) launches out of the starting gate with enough momentum to keep the six-minute track sailing along, even when the prog rock has given into to the post-rock interlude cum violin halfway through. From there it's back to genre standards: tremoloing guitars, lots of reverb, drum fills, and even a rare lead guitar appearance -- we know it's been missed. UTTC takes the genre norms seriously, which is why second track "-" clocks in at eighty nine seconds. It's really the introduction to "Your Words Are Meaningless," but it has most assuredly been separated to emphasize some deep understanding about some important topic or another. Or maybe it's for shits and giggles, who knows. In any case, "Your Words..." reminds me of some Beware of Safety in the first half, then flares up, settles on some twinkling guitars, and hits repeat. This track is likely the least creative and noteworthy of the pack, but it has the most "bone-shattering, skull-fucking, EPIC finale," so there's certainly an audience for it. And, besides, every post-rock band has to create its stock guitar-rock track for the live show at some point. It's probably best to get it out of the way early, just don't make a habit of trying to "reinvent' the track. Just when I think UTTC is going to throw out the dynamic displayed in the opener out the window and add to the pile of "nice but in no way significant" releases from up-and-coming post-rock bands (aka steaming pile of shit), "The Compromise Between Acceptance of Reality and Will of Change" reveals the big twist: there's some vocals to be found in this band. Book-ended by some fierce post-metal and guttural screams, "The Compromise" lives up to its name by splicing in a light, fluffy respite in the middle of the track. Things eventually return to the dark side of the moon, as the ending culminates in a wall of sound noise fest fit for any post-metal band. Herein lies one of the most intriguing features of UTTC: it really has the ability to play around with a lot of interesting genres. Many post-metal band's never venture too far from the Isis ebb of influence. This is why bands like Rosetta, whose penchant for straight ambience, and Mouth of the Architect, whose appreciation for standard post-rock, have made significant albums and drawn a large fan base; people yearn for post-metal that looks outside the box on occasion, even if much of the music is still contained firmly within it. UTTC has the potential to go even further than MoTA, and could produce an album that safely box-hops between post-rock and post-metal. Surely there's been enough in between albums to constitute a bridge, but that wouldn't result in as exciting of a listening experience, now would it? By ignoring such conveniences, UTTC actually comes across as a more authentic and interesting band. Hard work always pays off, and people notice when bands go the extra mile. 6,5/10 |
IT - Recensione su Alone Music
| La Frohike Records sta dando alle stampe ultimamente dei lavori non solo validi, ma proprio belli. Prendere i riminesi Up There: The clouds: post rock/hardcore/decidete voi, suonato da dio, strumentale per un buon 70% ma senza annoiare, voce perfetta e, cosa che non guasta, una produzione che pur dichiarandosi artigianale è assolutamente all'altezza. Quattro pezzi che lasciano il segno, a cominciare dal primo The Last Glimpse Of Hope In My Eyes, incipit perfetto per un lavoro profondo che non scade mai nel banale. Il secondo, senza titolo, avvolge in un’atmosfera molto invernale con inserti chitarristici che non dispiacerebbero ai primi e più validi Pelican. Your Words Are Meaninglessci porta in un mondo malinconico, mentre tocca all’ultima traccia, The Compromise Between Acceptance Of Reality And Will Of Change, decisamente più energica, farci scoprire una voce dal cantato screamo rauco e disperato quanto basta da farmi dire che insieme ai Three Steps To The Ocean sono tra le migliori uscite emergenti di quest’anno (lo so che siamo solo a febbraio, ma se esce di meglio siamo allora in un periodo miracoloso). Un plauso a parte va alla realizzazione del packaging, che mostra una scelta di disegni e materiali che da sola, meriterebbe l’acquisto del cd. Voto: 8/10 |
IT - Recensione su Audiodrome
| “Inciampare” in dischi come quello degli Up There: The Clouds rappresenta un ritorno a casa per qualsiasi appassionato di musica: vuoi per l’indubbio fascino delle composizioni, vuoi per l’encomiabile attitudine che l’intero lavoro trasuda sin dal packaging. Vale, infatti, la pena soffermarsi sul progetto D.I.Y. della Frohike Records di cui questo lavoro rappresenta la seconda uscita: il tutto ruota sulla volontà di riportare la musica ad un approccio “umano” e realmente artigianale. Come spiega la nota acclusa al cd, “il disco è stato realizzato in un garage di provincia cercando di utilizzare materiale di scarto, di recupero o riciclato, con un occhio di riguardo all’ambiente. Ogni imperfezione, ogni dettaglio tecnico che ne fanno capire la genesi rendono questo oggetto potenzialmente unico, non proveniente da una catena di montaggio industriale... per creare dischi che rendano giustizia alla passione che unisce noi e i musicisti a voi.” A ciò si aggiunga un prezzo politico imposto di 5 euro e una grafica/packaging davvero ammirevole per cura e potenza espressiva. Questo è ciò che circonda e completa la musica, il resto è rappresentato da quattro brani che dimostrano una maturità e una sensibilità al di fuori della norma, soprattutto se si considera che si tratta del debutto per questa giovane formazione romagnola, un debutto che spiazza e colpisce proprio per la capacità di manipolare sonorità a cavallo tra post-rock e post-core in maniera personale e incisiva, al netto di approssimazioni e cliché, soprattutto emozionando l’ascoltatore. Tratto saliente di questi quattro brani è l’alternarsi di umori e atmosfere, con una sezione ritmica che non si limita a fornire una base per le trame delle chitarre, ma costituisce una vera e propria forza trainante all’interno delle composizioni. Precisi sia quando le partiture si fanno tenui e sognanti, sia quando la temperatura si alza e la distorsione prende il sopravvento, i cinque riminesi non lasciano alcun particolare al caso e sanno valorizzare i dettagli, incasellati quasi sempre al posto giusto e nel momento giusto. La voce appare solo a fine corsa, quando ormai si era convinti di trovarsi di fronte ad un lavoro interamente strumentale e cambia ancora una volta le carte in tavola, tinge la musica di toni post-screamo per poi immergersi in un mare di feedback cui è affidato l’incarico di porre la parola fine al tutto, un tutto il cui unico vero difetto (a parte qualche angolo da smussare con l’esperienza) è di lasciare l’ascoltatore con la curiosità di scoprire cosa accadrà dopo un simile punto di partenza. Impossibile pensare che chi legge queste righe non abbia in tasca i pochi euro necessari per portarsi a casa questo lavoro, imperdonabile perdere l’occasione per premiare chi ancora considera la musica un atto di amore. |
IT - Recensione su Perkele
| «Io sono qui, con l'ultima occhiata colma di speranza nei miei occhi, ma il tuo sguardo fisso su di me mi dice che non sono solo. Siamo sforzandoci assieme per qualcosa che possiamo sentire come reale, malgrado non possiamo comunicare e sembra che le tue parole siano prive di significato. Siamo insoddisfatti eppure ne abbiamo bisogno, invogliati dal compromesso tra l'accettazione della realtà ed il desiderio di cambiare». Necessario incominciare con la traduzione dall'inglese di qualche breve passaggio riportato nel digipack degli UT:TC!. E questo perché il disco è per la maggior parte strumentale, per cui le parole sono poche ma cariche di significato. A volte si perde di vista il peso delle nostre frase, la potenza delle nostre affermazioni e si comprendono gli effetti solo dopo che l'ordigno è esploso e non c'è un artificiere a disposizione. Onanismi cerebrali a parte, ci troviamo a che fare con una PRO-MES-SA, una band dal potenziale interessante perché capace di offrire una prova che, pur tributando i grandi della scena, si mette in luce con personalità. Il materiale è poco, perché sono quattro brani per un minutaggio complessivo inferiore ai venticinque minuti, ma più che sufficiente per farsi un'idea complessiva del valore del gruppo. L'esordio del giovanissimo quintetto riminese è concentrato e quadrato, senza avere momenti morti e lasciando aperti spiragli su future scelte sonore e su un bel modo, arioso e concentrato, di suonare nel 2009. Per tutto il disco si risente della costante influenza delle due band più importanti di un “certo“ post-rock, ossia i Godspeed You! Black Emperor e gli Explosions In The Sky, da cui potete arguire che le altre influenze sono quelle delle band che a loro volta si rifanno ai citati Deis Manibus della cena. Dall'attacco dell'open track in linea con i God Is An Astronaut e Caspian, selvaggio e furioso, si passa ad intermezzi sofisticati e romantici, con la scelta azzeccata della viola (come in “Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas in Heaven” dei Godspeed You!) che conferisce momenti di grande emotività. Post-rock di grande atmosfera, che esplode in un crescendo affidato agli incroci di grande intensità delle chitarre e della sezione ritmica. Sfoggio di tecnica che non è fine a sé stesso, ma costruisce e smantella, elabora e poco dopo scompone. La seconda traccia prosegue con il gioco di chiaro-scuro, traghettandoci fino al brano successivo, senza allentare il ritmo e spezzare l'armonia. Un flusso (di coscienza) continuo, un'architettura sonora che si basa su un gioco di scatole cinesi. Vicina alle sonorità dei Vanessa Van Basten, “Your World Are Meningless” mette in luce la validissima verve creativa dei nostri ragazzi, che se la cavano passando da attimi di potenza e di sapiente uso della cattiveria, ad intelligente soluzioni pacate, liquide, quasi intimiste. Chiude il four-pieces la canzone più “pe(n)sante e l'unica con parti urlate, “The Compromise Between Acceptance of Reality and Will of Change”, aggiunge un ulteriore tassello allo stile che si è susseguito nei brani precedenti, ipotizzando un sodalizio virtuale tra gli Explosions In The Sky ed i Cult of Luna. Ulteriormente necessario spendere due parole per l'etichetta e per il digipack del disco. La Frohike Records è una label italiana che (ingiustamente) è underground, ma speriamo ancora per poco: oltre ad avere un rooster davvero invidiabile (Dyskinesia, Forest Yell, Viscera ///, Three Steps to the Ocean tra i più famosi), ha uno spirito ed una mentalità che dovrebbe diventare obbligatoria per chi ama produrre e suonare musica. L’ideologia del DIY, Do It Yourself, perché ogni singola copia viene realizzata a mano, con materiali di riciclo ed è assente ogni procedimento industriale. Trovarsi tra le mani un artwork (curato dal talentuoso Daniele, il bassista degli Up There) che esteticamente è davvero piacevole ed è un esemplare unico, è un punto a favore dell'etichetta, della logica DIY e degli UP There. Un grandissimo augurio ai ragazzi della Frohike ed alle nuove leve della scena post, support! |
IT - Recensione su NeuroPrison
| Nuova uscita per la sempre più attenta Frohike Records, che anche stavolta non perde tempo ed occasione per dare visibilità al meglio delle novità che l'underground italiano ci propone. E così dopo la pubblicazione del debut sulla lunga distanza dei lombardi Three Steps To The Ocean, ci troviamo tra le mani l'ep d'esordio assoluto dei romagnoli Up There: The Clouds, quartetto dalla giovanissima età media ma già sorprendentemente maturo e dal notevole potenziale. Iniziamo parlando del package, l'artwork a cura della band è stato confezionato in un digipack totalmente realizzato a mano con materiali riciclati e fatto in casa in un garage dai ragazzi della Frohike, per altro dimostrando oltre a gusto artistico anche ingegno e sensibilità ambientale. Una volta inserito il cd di quattro tracce (ma tre veri brani) nel lettore veniamo immediatamente folgorati dall'opener The Last Glimpse of Hope in My Eyes, brano già edito e conosciuto in quanto facente parte della recente seconda edizione della nostra Neurosounds Compilation, ma che ogni volta stupisce per impatto melodico, urgenza delle dinamiche e forza espressiva, il tutto sorretto da una produzione davvero potente e pulita che da il giusto risalto ad ogni strumento, seppure sia la sezione ritmica ad ergersi in primo piano rendendosi protagonista nell'esaltare quest'autentico anthemico brano. La successiva Your Words Are Meaningless sposta l'attenzione verso atmosfere di più ampio respiro, abbracciando maggiormente quel post-rock tout court che tanto ha affollato il mercato; detto questo la sensibilità artistica e la capacità melodica della band riescono a non annoiare e nel rendere avvincente questa progressione, tipica ricetta di act quali Explosions in the sky e This Will Destroy You, a cui quest'ultimi la giovane band nostrana ha fatto da apertura nella loro calata da queste parti. L'ep si chiude tornando su ritmiche più sostenute, anzi pestando maggiormente l'acceleratore rispetto all'opener; The Comprimise Between Acceptance Of Reality And Will Of Change sconfina a tratti nel post-core, ed a tal proposito compaiono anche scream vocals che, se da una parte donano ulteriore urgenza al pezzo, dall'altra tendono a rendere più scontato il risultato finale. A conti fatti, tenendo presente la giovanissima età della band, questi tre pezzi dall'invidiabile dinamicità e profondità espressiva mettono in luce capacità compositive, melodiche e strumentali di primordine, non certo da band agli esordi. Scommettendo che alcuni dettagli non del tutto riusciti verranno limati, non è difficile segnalare questi ragazzi come un'autentica promessa su cui puntare ad occhi chiusi nei prossimi anni. |
IT - Recensione su RockLine
| E' in un sottile cofanetto digipack curato rigorosamente a mano e lavorato artigianalmente che si nasconde una delle ultime e più affascinanti perle dell'undergound rock sperimentale nostrano. Loro portano il nome di Up There: The Clouds e vengono da Rimini; l'etichetta che ne cura gli interessi è invece la Frohike Records, che l'anno passato ci aveva già regalato lo splendido ritorno dei milanesi Three Step To The Ocean e che adesso, essendo tra le case indipendenti più attive e peculiari del nostro paese, pare definitivamente pronta al grande salto qualitativo. Pur rimanendo una realtà relegata all'underground, la Frohike può infatti vantare nel proprio roster alcune tra le migliori band rock alternative del nostro panorama, e gli appena citati Up There: The Clouds ne sono un'ulteriore testimonianza. Dediti ad un post-rock dalle tinte dichiaratamente emotive e dall'avvolgente atmosfera, i giovani riminesi del genere originario compiono una sottile e penetrante snaturazione, intricandone le trame discorsive e spezzandone l'atmosfera seppur rimanendo fedeli ai continui sbalzi cromatici e all'impostazione strumentale del nuovo post-rock più distorto del 2000. Il risultato è concentrato in un breve Ep senza titolo, proprio perchè parole 'ufficiali' per descriverne le sembianze non sarebbero servite: bastano i titoli delle canzoni e la poesia racchiusa nella musica per scovarne i significati e le suggestioni più recondite. L'Ep colpisce sin dall'inizio e in poco più di venti minuti lascia completamente basiti di fronte ad una così emozionante esperienza sonora: The Last Glimpse of Hope in My Eyes richiama immediatamente il cuore più shoegaze del progetto, adagiando su un'irrequieta base ritmica sognanti ululati chitarristici che vanno a dipingere un'atmosfera accogliente ma al contempo ombrosa. La produzione piuttosto artigianale - senza però sconfinare nel lo fi - arricchisce il colore underground e la densità atmosferica della canzone, rendendo spessi e ancor più evocativi tutti gli infinitesimali particolari che ne compongono l'ossatura espressiva; a questo aspetto tutt'altro che trascurabile se ne aggiungono altri allo stesso modo fondamentali: innanzitutto la varietà compositiva degli Up There: The Clouds nel tessere le proprie trame discorsive (gli arrangiamenti, pur nella loro semplicità, sono efficaci ed estremamente suggestivi), in secondo luogo la loro incredibile capacità evocativa e la commovente vis melodica dalla quale fuoriesce come un fiume in piena l'intera atmosfera dell'Ep. Ad esprimere questo fantastico concentrato di emozioni laceranti e colori eterei sono le restanti due tracce (senza contare la breve pausa ambientale, anch'essa senza titolo) che chiudono il lavoro: dapprima la caspianiana Your Words Are Meaningless e il suo (piuttosto prevedibile) crescendo atmosferico (culminante però in un finale semplicemente da brivido), poi il capolavoro conclusivo The Compromise Between Acceptance of Reality and Will of Change che, nella sua straziante sospensione tra black metal etereo e post-rock (e qui si sente la lezione dei vari Alcest, Amesoeurs, Fen etc..) dà il colpo di grazia all'ascoltatore e lo fa letteralmente cadere ai suoi piedi, addormentato in un'emozionante poesia recitata dal vento. Meglio di così, forse, gli Up There: The Clouds non potevano fare: affascinante nei suoi peculiari contrasti strumentali, decadente e quasi 'oscuro' nello spleen che ne pervade gli struggenti affreschi melodici, il loro ultimo lavoro non fa altro che confermarli come nome di punta dello scenario rock sperimentale italiano e allo stesso tempo continua a lanciare sempre più in alto un'etichetta indipendente, matura e originale come la Frohike Records. A questo punto, dopo una prova del genere, è d'obbligo per noi leccarci i baffi nell'attesa di un full-lenght ed è altrettanto d'obbligo per gli Up There: The Clouds e la Frohike 'muoversi' per far sì che tutto questo accada in breve tempo. Complimenti. |
IT - Recensione su Delere Mundi
| Finalmente un articolo riservato esclusivamente a questa rara perla romagnola.
Up There: The Clouds è un giovane gruppo di quel di Rimini, che ha saputo creare intorno a sè un'attesa affiatatissima, seppur fosse davvero poco il materiale disponibile all'ascolto prima dell'uscita del loro unico lavoro [in precedenza, infatti, questi 5 musicisti avevano partecipato alla seconda edizione della compilation NeuroSounds, "Clouds from the Earth", con il brano "The Last Glimpse of Hope In My Eyes"]. Il primo disco degli UTTC è il recente EP uscito per la Frohike Records, presentato ufficialmente il 12 & 13 Dicembre, il quale comprende 4 brani per la durata di 22 minuti circa; l'artwork curato dal bassista Daniele è stato riportato fisicamente attraverso un digipack completamente fatto a mano dei ragazzi dell'etichetta, con materiale riciclato [ne avevo parlato in un articolo passato]. Ma passiamo all'essenza del gruppo, ovvero la Musica. Up There: The Clouds ha diviso il palco con i This Will Destroy You, quindi per gli estranei questo è un indizio forte che potrebbe identificare in un certo ambito le sonorità del gruppo. Potrebbe: infatti i nostri cinque non si limitano al solito lavoretto Post-Rock pulito ed atmosferico, copia-incolla che sta andando fin troppo di moda in certi ambiti; il loro EP presenta una maturità stilistica che mai ci si aspetterebbe da un gruppo ai suoi esordi, protagonista di un insieme di brani che nella loro semplicità [è pur sempre un EP di 20 minuti, difficile giudicare le capacità di un progetto in così poco spazio di considerazione] mostrano un talento particolarmente sviluppato ma spontaneo, estraneo a compromessi di genere e puntato verso una caratterizzazione profonda ed emozionale dei pezzi. Sound corposo, una grande padronanza degli strumenti, melodie accattivanti e moderazione: sono solo alcuni dei raffinati dettagli che l'ascolto di questo EP mette in luce. Nel complesso l'intero insieme dei brani è permeato da un comune senso di emotività trasmesso da melodie che si muovono a metà tra suoni alle volte crudi, freddi ed altri fiochi e vivaci, caldi. La struttura sonora non sembra assolutamente forzata, per merito della grande dinamicità e dei toni "freschi" che il gruppo riesce a dare, andando ben oltre le stantie composizioni trite, banali, prevedibili che è fardello di certi gruppi dalla rilevanza internazionale. L'intrecciarsi delle chitarre in continuo inseguimento regala all'ascoltatore una sensazione di perenne instabilità, che viene marcata dal suono preciso e di forte presenza della batteria, un elemento portante del sound degli UTTC; il basso racchiude in un soffice involucro tutto il comparto strumentale, che viene dettagliato dalle sfumature scaturite dall'uso dei synth e della scream vox, presente nell'ultimo brano. Forse questo inserimento vocale non è dei più originali, andando a toccare certi cliché dello screamo, ma il risultato rimane tremendamente piacevole. Sicuramente si tratta di un lavoro da ascoltare diverse volte, in modo da entrare in profondità tra le fila di particolari che caratterizzato questo EP, e coglierne di conseguenza le diverse sfumature che lo rendono un disco unico. Il 12 Dicembre ho partecipato alla prima data del Release Party del nuovo disco. I presenti hanno avuto la possibilità di assistere ad un gran concerto, ove alla perfetta esecuzione dei pezzi si è aggiunto anche un maggior grado di sensibilità grazie all'effetto emotivo che gli Up There: The Clouds hanno saputo trasmettere al ristretto ma rumorosissimo pubblico. Le foto sono state scattate da Marco Ricciotti, e ne approfitto per ringraziarlo della concessione. Nella stessa serata hanno suonato progetti amici dei protagonisti, come Chesterpolio, Montezuma, Shelly Johnson Broke My Heart, e Girless & The Orphan. Dei Montezuma tornerò sicuramente a parlare, dato che tra gli opener sono stati quelli che mi hanno convinto di più. In conclusione ci terrei a sottolineare quanto mi faccia piacere sapere che nel territorio ci sono ancora dei ragazzi che hanno la volontà e la bravura di riuscire a mettere in piedi un progetto di tal portata, qual è quello degli Up There; la profondità delle composizioni e la passione che trapela dalla sonorità del disco è un ottimo esempio per dimostrare che, in certi ambiti e ubicazioni, c'è ancora chi ha qualcosa da dire, ed è capace di farlo in maniera semplice ma spiazzante. |
IT - Recensione su NASTRO ISOLANTE
| In una parola : coinvolgente.
L’EP di debutto degli Up There: The Clouds colpisce diretto al cuore come pochi. Tre pezzi (piu una traccia-intervallo) che sono una sorpresa di puro post-rock emozionale. Non so come dirlo, quindi lo ripeto: coinvolgente.
A volte ipnotico e vorticoso, a volte dolce e trascinante, ma perfettamente capace di unire il tutto senza cadere in banalità o forzature. Assolutamente da sparare diretto sui timpani per lasciarsi condurre dove le parole perdono di significato ed è il suono a dettare le regole. Sbattuto tra furia e aggressività addomesticata da un violino che, solo apparentemente, mette al sicuro e spinge di nuovo verso l’alto. Dove tutto è amplificato e dove tutto continua a crescere e salire. Fino a esplodere lassù, dove si stendono le nuvole. |
IT - Recensione su BRIGHT LIES
| Negli ultimi due anni, la scena post-rock nella regione Emilia Romagna ha visto una spropositata crescita demografica di bands affrancabili a suddetto genere, non mancando di serbare esaltanti sorprese e felici conferme. Gli Up There: The Clouds, giovanissimi, sono una di queste rivelazioni e si collocano nella nuova ondata di gruppi post; ben capaci di sintetizzare gli stilemi del genere con una dose di personalità superiore alla media, danno allo stampe il loro primo omonimo EP sotto l’egida della Frohike. In verità dire EP, se non per il numero di brani, è alquanto riduttivo: ci si trova infatti davanti ad un lavoro di una compiutezza e di una coerenza artistica difficilmente rintracciabili nell’underground italiano odierno. Sin dalla prima, trascinante traccia, gli UTTC rivelano tutta la loro consapevolezza nell’uso emotivo delle melodie, dote che nel genere da loro intrapreso ha troppo spesso lasciato spazio a freddi vezzi di bravura esecutiva. I muri chitarristici sognanti e aggressivi, si candidano sin da subito come elemento emblematico della musica dei cinque riminesi che, ben sostenuti da una potente sezione ritimca, riescono a tenere alta la tensione emozionale del brano sia in distortissimi spannung, sia quando le tre sei corde si abbandonano a onirici arpeggi finemente intrecciati. I brani per quanto lunghi sono studiati nel minimo particolare senza mai risultare pasticciati o malamente montati, rischio in cui si potrebbe cadere facilmente vista la diversificazione delle parti, interna a ogni traccia. Dall’impatto epico di “The Last Glimpse of Hope in My Eyes” si passa dunque alla più riflessiva “Your Words Are Meaningless”, altra piccola gemma emotiva, che fa da apripista all’ipnotica e burrascosa traccia finale, vera valvola di sfogo aggressivo e degna conclusione di EP che sa di viaggio interiore. Se si esclude l’evitabile voce screamo (un po’ troppo alla moda e francamente non necessaria alla riuscita del brano), in “The Comprimise Between…” abbiamo la summa di tutta la “poetica” degli UTTC; in un brano feroce quanto dolce, esplosivo quanto studiato emerge tutto il bisogno espressivo di una band che sa cosa vuole dire e sa in quale modo dirlo. La vera sorpresa è dunque la precoce maturità artistica e la coesione tra i vari elementi strumentali, regalandoci una band compatta negli intenti e nell’esecuzione. Certo, i riferimenti sono facilmente rintracciabili (Explosions in the Sky su tutti, Mogwai, Pelican e via dicendo)ma nonostante questo, gli UTTC sono ben lungi dall’essere epigoni di qualche band in particolare come accade tristemente spesso per questo genere. In conclusione, c’è solo da sperare che le vive intuizioni della band non siano solo fortuite e che col tempo sappiano distinguersi sempre di più intraprendendo un percorso ancor più personale e, perché no, innovativo. |
EN - Review on UKMETALUNDERGROUND
| "This surely is just a small glimpse of how great this band really could become" Gary Davidson - UKMU Not many people place Italy with modern musical innovation but Up There: The Clouds take the genre of post-rock, and to an extent post-metal, by the horns and churn out a jaw droopingly stunning debut demo EP. Both these genres have been heavily saturated recently and its amazing that they guys have managed to create four songs that drip with so much originality. “The Last Glimpse of Hope In My Eyes” is a song that is full of the energy that used to make 65daysofstatics music exciting. Bursting with ideas with influence drawn from Caspian to Explosions In The Sky you get an overall feeling of hope and happiness from the opening moments of this song. Delicate guitar work is backed by neat violin sounds as the song swings from intricate moments to a full on epic attack of galloping riffs. Track two is an atmospheric track that leads into the third track “Your Words Are Meaningless” which has glittering delay work over cymbal crashes leading into a gentle section with a slow brooding rhythm. After the energy of the first song this one gently soothes over you before building and bursting with a glow of noise that once again surrounds your senses and lifts the tresses and the boredom from your thoughts. The final track on this demo EP, “The Compromise Between Acceptance Of Reality And Will Of Change”, is an all together different beast. It crosses the paths of post rock and post metal with deep throat ripping vocals. The vocals meander over the furious guitar parts leaving the drums and bass to come crashing around them. The overall sound is still full but its as if a dark thunder cloud has moved over the previous light summers day from the three previous tracks. Up There: The Clouds somehow remain unsigned and it can only a mater of time before a label offers them something. For a demo EP these guys have shown great ability and invention, its full of passion and great ideas. This surely is just a small glimpse of how great this band really could become. RATING: 9/10 |
